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Lo Yoga altro non è se non l’aspetto squisitamente spirituale dell’ Ayurveda ...

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Siamo molto più vicini di quanto si immagini, nella sofferenza...

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Wesak
( il 24 Aprile 2005 )
Il ritorno del Buddha

In corrispondenza del plenilunio di Maggio, l 24 Aprile 2005 alle ore 10:06 UT (universal time), in un luogo segreto presso il monte Kailash , si celebra l'antichissimo rito chiamato Wesak ... Kailash  (80° 15' Est  ;  31° 03' Nord) (tempo : + 5 ore  21 minuti rispetto al tempo UT) (l'orario in cui si forma la Luna piena nella regione del Mt. Kailash è alle 15:27 locali)

In Italia , la Luna piena si forma esattamente il 24 Aprile alle ore 12:07 (ora legale)

Il monte Kailash è situato nella valle del Wesak , conosciuto anche come Kailasa o Rajatadri o "montagna d'argento" : è considerato il monte più sacro del Tibet.

Negli insegnamenti buddhisti e indù viene spesso citato come luogo sacro.

Migliaia di pellegrini ogni anno, in modo particolare durante la notte di Plenilunio di Maggio (la celebrazione del Wesak ), vengono da ogni parte del Tibet per assorbire l'energia spirituale sprigionata.

La tradizione narra che cinquecento anni prima di Cristo, il principe Gauthama Siddharta raggiungesse il massimo dell'illuminazione, divenendo così il Buddha , cioè il Risvegliato.

Dopo una vita trascorsa nell'ascesi e nell'insegnamento degli ideali di pace, amore, compassione, egli muore e raggiunge la soglia del Nirvana, cioè il luogo della grande Liberazione, corrispondente più o meno al nostro Paradiso.

Varcata questa soglia, sarà libero dal doloroso ciclo della rinascita e della morte, si troverà immerso nella luce e nella beatitudine eterna. Il Buddha sta per varcare la soglia ma all'ultimo istante si volta e vede in basso il mondo degli uomini; tormentati dalle guerre, dalla fame, dall'ignoranza, dalla superstizione, dalle malattie e da tutto quanto ferisce e lacera nella vita materiale.

Prova compassione per loro e pronuncia dinnanzi alla Gerarchia dei Maestri la Grande Promessa : " non varcherò la soglia fino a quando l'ultimo dei mortali non l'avrà varcata prima di me".

Fino a qual momento rimarrà in vigile attesa, portando a tutti il suo amorevole aiuto e la sua benedizione.

Questa cerimonia è in effetti l'occasione per tutta l'umanità di ricevere un'iniziazione collettiva e per fare un balzo sulla via dell'evoluzione spirituale

Durante il Plenilunio di Maggio viene officiata una cerimonia tibetana estremamente importante : il Wesak .

Là si riuniscono uomini santi, lama e pellegrini, provenienti anche da molto lontano, in nome di quella leggenda che racconta che all'imbocco di nord-est della valle si riunisce il gruppo di quei Grandi Esseri che sono i Custodi in Terra del Piano di Dio e che gli esoteristi chiamano Maestri di Saggezza o Gerarchia Planetaria.

Quando il momento del plenilunio si avvicina sulla folla scende una gran quiete, e tutti spostano l'attenzione verso il gruppo dei maestri, che compiono certi movimenti rituali, assumendo posizioni simboliche, formando sul terreno delle figure significative (come stelle a cinque punte, triangoli, croci o altri simboli noti, tutti carichi di potenti significati) con l'accompagnamento di mantra particolari.

Mentre il canto ed il ritmo divengono più forti, l' aspettativa cresce, la tensione diviene palpabile e si crea una vibrazione potente che ha il compito di risvegliare le anime dei presenti, elevandole in un grande atto di attesa e di richiesta che è la concentrazione delle aspirazioni del mondo.

Proprio pochi minuti prima del momento esatto del plenilunio tutti volgono gli occhi al cielo, e da oriente appare un punto luminoso che si avvicina e si ingrandisce sempre più, fino a rivelarsi come il Buddha , inondato di Luce; Egli si ferma sopra la roccia, e l'intera folla si prostra.

Dopo ciò , il Buddha si allontana di nuovo, fino a ridiventare un puntolino luminoso e scomparire: l 'intera operazione dura esattamente otto minuti.

La folla si rialza in piedi, e l'acqua della coppa viene distribuita ai presenti, in una cerimonia che ricorda la comunione, e che simboleggia l'universalità dell'Amore di Dio, la necessità della purificazione individuale ed il gesto di condividere gli uni con gli altri ciò che appartiene a tutti.

La folla, così benedetta, si disperde, e ciascuno torna al proprio servizio per un altro anno.


le voci nel tempo

Che ci faccio qui? Perché sono qui? Perché siamo qui?
(relazione proposta al I Convegno regionale su Qualità, cultura ed esperienza delle pratiche olistiche)

L' Intero cosmo, rivelato e non, conosciuto e non, percepito e non, è parte di un Unico Assoluto. Di un Unico Assoluto che è al di là del Tempo e dello Spazio, e che si manifesta nel Tempo e nello Spazio: L' Assoluto Puruscha e il manifesto Prakriti, unicità e dualità.
L' Assoluto esiste, è Vero, ha un ordine e un ritmo naturale, che si si autopertetua e si autocorregge, perché ha in sé l' armonia, pervade ogni cosa e trascende i limiti dell' umana immaginazione, in quanto non ha confini, è immenso.
Tutti, dicono i Veda, compreso gli dei, devono agire in sintonia con l' ordine cosmico, e quando non lo fanno, soffrono, dèi compresi: l' Assoluto infatti non fa prefernze.
I Veda, questo monumento scritto del pensiero umano, appartengono ad un perido compreso fra il VI e IV millennio A.C., prima che i più antichi libri della Bibbia fossero codificati, prima che qualunque altra forma di pensiero organizzato si codificasse in una qualche forma scritta, e prima di ogni altra scrittura.
Nei Veda, nei quali sia detto per inciso, si elabora la filosofia tantrica, da cui si originano sia quello che diventerà Ayurveda, sia quello che diventerà Yoga, inseparabili strumenti per il benessere fisico e mentale dell' Uomo, troviamo le risposte di fondo all' esistenza umana, compreso la risposta alle domande che ho posto in apertura.
Siamo tutti all' interno dell' Universo Manifesto, ognuno di noi con una scintilla di Assoluto: tutto ciò che esite nell' Assoluto - macrocosmo - è infatti presente nel cosmo visibile e percepibile, e nell Uomo, all' interno del corpo umano, l' universo microcosmico di centinaia di migliaia di cellule che, quando sono sane, sono armoniose e si autoperpetuano constantemente, contengono ognuna l' Assoluto. E l' Uomo è la personificazione dell'Universo: nell' Uomo c'è tanta varietà, quanta ce ne è nel mondo esterno, e nel mondo esterno c'è tanta varietà quanta ce ne è nell'Uomo.
L'Uomo non è concepito separato dal resto della Manifestazione, Prakriti, il Creato come diranno qualche millennio dopo i monoteisti della fertile mezzaluna, ma è parte integrata nel Tutto e dunque in costante relazione con il reale che lo circonda, gli altri con i quali interferisce emozionalmente, e l' ambiente.
Ne consegue dunque che l' uomo è parte di un sistema, così come l' ambiente che lo circonda; ogni componente del sistema agisce su tutto il sistema: ne consegue ancora che ogni uomo, con le sue azioni, influenza l' intero cosmo, nel bene e nel male, e ne consegue allora, fra tutte le altre conseguenze, ma qui porto quella che ci riguarda, che il mantenimento della salute e il benessere, sia dell' individuo, sia dell' ambiente, non sono un obiettivo facoltativo, ma sono un imperativo categorico, un obbligo karmico, di cui ognuno si assume la responsabilità.
Ogni azione è insieme conseguenza di un' altra, e causa, a sua volta, di un' altra ancora: l'Intelligenza cosmica e l' Intelligenza Individuale devono tenerne conto, rispettare questo karma e all' Uomo. in particolare, compete di liberarsene, avviandosi sulla via del Dharma. Il Karma pone ogni essere vivente, compreso uomini e dèi, in una precisa condizione ambientale, sociale, economcica, spaio-temporale (si nasce qui piuttosto che da un' altra parte, da genitori di un certo tipo e cultura, appartenenti ad un classe sociale, ecc.), Dharma è l' adempimento dei doveri che quella stessa condizione ci assegna.
L' esistenza dell' Uomo, che si concretizza in ogni singolo uomo nella sua Prakriti, in una unicità assoluta nel Tempo e nello Spazio, animata dalla consapevolezza di esistere, Ahamkhara, è dunque quella di individui che si muovono all' interno del Tutto, della Natura.
Da questo consegue che nessuno può raggiungere l' individualità assoluta, giacché la Natura, Il Tutto, condiziona la realtà individuale, attraverso il principio dell' Armonia e del ristabilimento dell' equilibrio quando fosse perduto.
Una visione olistica della vita e dell' uomo è dunque un obbligo karmico, una necessità dalla quale non possiamo esimerci: la Natura non può essere sfruttata a nostro piacimento, perché essa si ribella, l' uomo non può sfruttare se stesso, alla disperata ricerca di piacere, variamente inteso, perché la Natura si ribella e il suo corpo, il corpo dell' uomo intendo, si ammala. O si impara a limitarsi o è la Natura che lo fa per noi.
Il limite è qualcosa di intrinseco a questo ordine cosmico, il limite della dualità, Purusha e Prakriti, il limite dell' individualità, il limite della Vita: la vita infatti altro non è se non lo spazio-tempo che si situa fra la nascita e la morte.
La morte dunque è parte del Tutto, di ogni cosa esistente, appartiene alla continua manifestazione di Purusha in Prakriti, al continuo manifestarsi dell' Assoluto nella sua creazione; continua manifestazione che ha un ritmo cosmico, che si esprime anch' essa nella dualità, giorno e notte, fatica e riposo, lavoro e quiete.
E il Tutto nella sua frammentazione microcosmica deve rispettere questo ritmo; banalmente se non riposo il mio corpo, se non do quiete alla mia mente, mi ammalo, ovvero sarà la Natura ad obbligarmi al riposo e alla quiete: la malattia è la manifestazione di un obbligo che impone la Natura, il Tutto nella sua assolutezza; un obbligo di rientrare nel ritmo armonico.
Madre Natura, si legge nei Veda, così come è costume in tutti i popoli e in tutti i tempi, chiamare affettuosamente la Natura; Madre Natura perché la manifestazione di Purusha è un atto di amore, Prakriti, l' esistente in forma visibile è il frutto di un atto di amore, e si regola attraverso la legge dell' amore. Ogni essere vivente è amato così tanto da venire costantemente avvertito dei suoi errori, che altro non sono se non il discostarsi dall' armonia cosmica, dal suo ritmo duale, e la Natura ricorre alla severità solo quando ci si ostina a non ascoltare questi suoi continui avvertimenti.
E' anche dovere tuttavia accumulare quei beni materiali, la necessaria sicurezza, che consenta l' adempimento del dovere karmico, artha, la necessaria sicurezza che consenta alla mente di non perdersi in inutili preoccupazioni che la distolgano dai suoi compiti, ed è altresì obbligo sottostare a kama, la soddisfazione dei legittimi desideri atti a vivere serenamente; artha e kama significa che dobbiamo ritagliarci una stabilità per provvedere al necessario, per avere la mente che possa serenamente adempiere al dovere karmico assegnato, per avere una vita materiale sicura, per avere una via dello spirito aperta verso l' evoluzione: Moksha, il risultato di questo percorso, è la realizzazione di però qualcosa di più alto dell'adempimento del dovere karmico, dei beni materiali necessari acquisiti e dei desideri appagati.
Ayurveda e Yoga, recto e verso dello stesso progetto per realizzare questo viaggio dal Dharma a Moksha, l' Ayurveda per il corpo, Yoga per lo spirito - e non come oggi pensano molti che yoga sia per il corpo - Ayurveda e Yoga nascono, si formano, all' interno dei Veda, del progetto esistenziale di cui ho dato solo un brevissimo cenno.
Ayurveda e Yoga sono due pilastri per offrirci il benessere, che è il risultato di uno stile di vita pienamente vissuta nel rispetto dei quattro fini dell' uomo, Dharma, Artha, Kama, Moksha.
Moksha, come dicevo è la realizzazione di qualcosa di più alto del dovere karmico, e comprende anche il fatto che ogni sapienza, ogni conoscenza, ogni Veda, non può essere tenuto per sè, deve essere dato, offerto a tutti, perché anche il più inconsapevole degli esseri, opportunamente informato, può evolvere.
E soprattutto chiede onestà intellettuale, che significa in breve accettare i limiti, accettare che ognuno è solo nell' affrontare la sua vita, la sua capacità di mantenere l'equilibrio dell' armonia psicofisica, che ognuno è responsabile delle sue azioni, che ognuno ha il suo karma, con il quale solo lui può e deve fare i conti.
Ognuno, l' Uomo.
L' Uomo secondo la concezione vedica è uno e trino, Spirito, Mente, Corpo. Tre componenti assolutamente definite, eppure assolutamente coesistenti, inseparabili correlate e interagenti. La Mente, sede della coscienza, è una sorta di interfaccia fra lo Spirito e il Corpo, il quale è l' unico strumento che ha avuto la coscienza per vivere questa esperienza karmica.
La Mente si nutre di sapori, il dolce che dà soddisfazione, il dolce sapore del successo, di acido,l' invidia e la costante ricerca di cose nuove da possedere, il salato che dà il gusto della vita, che stimola tutti gli appetiti, il piccante che eccita stimola che alimenta il narcisismo, che fornisce una lingua pungente, l' amaro che alimenta il desiderio di cambiare, perché non riusciamo più a buttare giù un boccone amaro, dobbiamo cambiare, l' astringente, che dà la paura di sentire intorno la morsa del non farcela.
La vita è solo questo, una somma di sapori e di emozioni corrispondenti; tutto si scarica nel corpo, che è l' unico in grado di fornire materialmente ciò che la mente richiede.
L' Uomo, uno e trino, si manifesta in ognuno degli uomini con una assoluta unicità, ogni esistente è un caso unico, nel Tempo e nello Spazio, ogni mente dunque è unica, ogni mente ha i suoi sapori e le sue emozioni, ogni corpo quindi manifesta fisicamente le emozioni della sua mente attraverso il suo stare non stare bene, attraverso il benessere o l' assenza di questo, il disagio, l' inquietudine, la malattia.
Ogni corpo per riequilibrare l' armonia perduta, ha le sue esigenze, e questo spiega perché nel corso dei secoli ci sono state così tante offerte per il ristabilimento dell' armonia fisica e mentale, e questo spiega perché oggi, intendo oggi, ci possano essere così tante possibilità alle quali ognuno ,con la sua disarmonia, con la sua inquietudine, con il suo disagio, possa rivolgersi per ritrovare e speriamo mantenere la sua armonia e dunque il suo benessere.
Ma facciamo un piccolo passo avanti, ovvero ragioniamo insieme; se è vero che la Mente condiziona il corpo non può esserci soltanto terapia del corpo, ogni ricerca di benessere deve anche essere riequilibrio della Mente, per ristabilire il gisto equilibrio dei sapori e per riaprire la via dello Spirito,la via che ci tiene costantemente legati all'Assoluto, su questo i Veda che hanno prodotto Ayurveda per il corpo e Yoga per la Mente sono di una cristallina chiarezza. Così come cristallina chiarezza è quella che assegna all' Ayurveda il corpo da sanare, e allo Yoga la mente da riequilibrare, non di dà uno senza l' altro.
Eccoci dunque con tutti gli elementi che i Veda ci forniscono, che siamo pronti per rispondere a quelle domande che ho posto all' inizio.
Sono qui perché volevo portare questo contributo di conoscenza sui Veda, il più antico scritto che l' Uomo abbia mai prodotto, sull' Ayurveda e sullo Yoga.
E con questo rispettare l'imperativo del mio karma all' interno della Moksha, condividere la conoscenza.
Siamo qui perché si è realizzato un Karma: attraverso il karma individuale di molti si realizza un Karma collettivo, che è quello di fare il punto intorno a un sistema di cose che apparentemente, solo apparentemente, può sembrare un guazzabuglio di interessi, un mercatone di proposte, all' interno delle quali, è pur vero, allignano talvolta mercanti in fiera.
La realizzazione del Karma ci mette sulla via del Dharma, che è l' adempimento di un dovere, e l' adempimento di un dovere che è venuto karmicamente e che ha indirizzato me , e tutti quelli che sono qua oggi con me, a condurre la loro vita per offrire ad altri uno strumento per ritrovare l' armonia del corpo e della mente, e possibilmente per mantenerla. Siamo qua perché dobbiamo soddisfare Artha, ovvero ottenere una sicurezza sociale, che viene da un riconoscimento, da una legittimazione, che possa consentire a ognuno di noi di esprimere il suo dovere, il suo Dharma,all' interno della società in cui siamo, senza altra preoccupazione. Siamo qui perché dobbiamo realizzare Kama, ovvero dichiarare che ognuno di noi svolge un ruolo all' interno della società, ma nel contempo ha la sua vita privata, fatta anche di realizzazioni di desideri personali; e questo deve essere detto perché troppo sovente si accetta che all' interno di una visione non olistica, ogni operatore possa fare quel che vuole, mentre a chi si occupa di discipline olistiche si richiede la via della santità; a noi che lavoriamo all' interno di questa realtà si richiede di essere irreprensibili, casti, poveri, asceti, e quant' altro, e spesso la validità della professionalità non viene giudicata dall' operato, ma dallo stile di vita; ognuno ha il suo karma e un buon professionista di Yoga e di Ayurveda, o di qualsiasi altra disciplina, non si sottrae a questo, sarà compito suo affrontare le discordanze fra uno stile di vita e la pratica che professa, ma chi utlizza quella pratica, se ben condotta, non subirà conseguenze dallo stile di vita personale di chi gliela propone.
E infine siamo qui per la realizzazione di Moksha, ovvero divulgare spiegare far conoscere.
Ma all' interno del valore di Moksha c'è anche l' onestà intellettuale, e questa vuole che si dica anche e soprattutto che nessuna disciplina del benessere ha la bacchetta magica, nessuna disciplina salva nessuno: la morte fa parte della vita. E' importante soffermarsi su questo aspetto, perché una delle obiezioni più frequenti per dichiarare o meno la validità di certe discipline, è spesso proprio questa; mi sono trovato non molto tempo fa a dover discutere con chi mi faceva vedere le statistiche della mortalità negli ospedali ayurvedici indiani, non sono diverse da quelle degli ospedali allopatici, e perché dovrebbero esserlo? Mai i Veda hanno detto che all' uomo appartenga l' immortalità. Il problema se mai non è morire, ma come si muore! Non è come si vive il disagio, ma come se ne esce!
Ma occorre anche essere chiari sul fatto che tutti gli strumenti offerti per il riequilibrio del corpo e della mente, non servono a niente se non c'è un cambiamento da parte di chi ad essi si è rivolto, ovvero un cambiamento nella sua fame di sapori, nel vivere le sue emozioni. La terapia altro non è che un viaggio che si fa con un terapeuta per imparare qualcosa, in primo luogo a conoscere se stessi: l' antica massima greca al tempio di Apollo, è quella che avevano scolpito i Veda quattro o cinque mila anni prima dei greci, conosocere la propria costituzione, la Prakriti, conoscere le nostre debolezze, la fame dei nostri sapori, e attraverso Ayurveda e Yoga, dominarle e controllarle, affinché non diventino nemici, ma ci siano di aiuto per una vita sana e prospera fino a 108 anni.
La salute e la longevità sono il frutto di un percorso della Mente e della Coscienza che sta all' interno della Mente; ognuno di noi con la sua arte può offrire un momento di tregua alla fatica psicofisica che la disarmonia ha prodotto, ma la strada per il raggiungimento del Benessere, si fa da soli.
Moksha dunque è anche consapevolezza del limite all' interno del quale si opera, sapere che il primo limite del nostro lavoro è proprio chi a noi si rivolge; se viene per chiederci ciò che non possiamo dare deve essere informato, se viene da noi immaginando che una colata di olio sulla testa piuttosto che una purga piuttosto che una decina di aghi piantati nel suo copo, piuttosto che una seduta di yoga o di danza o di quant'altro, lo salveranno dal suo disagio, dobbiamo disilluderlo.
Ognuno si salva da solo, da noi può trovare una momentanea tregua che gli consenta di affrontare la conoscenza di se stesso, da noi può trovare gli strumenti per affrontare la conoscenza di se stesso, null' altro.
Ecco perché sono / siamo qui, per dichiarare la nostra totale onestà, per ribadire che siamo molto più vicini di quanto si immagini, nella sofferenza e nella malattia, ai pellegrini che, nell'antica Grecia, si recavano ai templi di Asclepios.
La guarigione, la salute, si situano infatti al termine di un viaggio della mente, durante il quale ognuno deve trovare le ragioni per cui il suo corpo soffre, dare una spiegazione al messaggio che la sofferenza, il dolore, il disagio gli sta inviando.
Il ruolo del terapeuta deve essere quello di chi si pone nella posizione di colui che accompagna, non di colui che interpreta, il terapeuta non può infatti sostituirsi a nessuno, deve semplicemente, offrendogli gli opportuni supporti, accompagnarlo per un tratto nel viaggio verso la guarigione, consapevole che è il paziente che deve compiere il suo viaggio e rispettare i modi e i tempi di questo viaggio.
La felicità favorisca ogni essere vivente
la salute raggiunga ogni esser vivente
la santità benendica ogni cosa
e la disarmonia scompaia da ogni luogo
questo è il messaggio dell' Ayurveda.

Ayurveda hic et nunc
(conferenza tenuta all'Università di Salamanca)

La scelta di questo titolo, che accosta il termine sanscrito Ayurveda e i termini latini hic et nunc, ovvero qui e ora, indica la mia intenzione di trattare dell’Ayurveda qui, nel nostro mondo di tradizione classica, e ora, in questi tempi, in questo nostro presente.

E, seguendo il pensiero classico, al quale io, come tanti che hanno fatto propria l’ Ayurveda e tanta parte della cultura dell’ India, tuttavia appartengo per tradizione, per educazione, direi per memoria genetica, scelgo di cominciare ad analizzare il nome; nome omen, dicevano i latini, ovvero nel nome si racchiude l’essenza della cosa in sé, o anche nomina sunt consequentia rerum, i nomi esprimono ciò che naturalmente sono.

Ayurveda dunque, da noi in questo nostro Occidente.

Che cosa significa? Quale essenza racchiude?
Il più delle volte – ahimé –si utilizza questo nome in modo riduttivo, per indicare solo una delle sue, pur rilevanti, componenti, di solito il massaggio, la dieta, lo yoga.
Ma in questo caso la parte non vale per il tutto.

Non è difficile valutare quanto sto dicendo, basta piazzarsi comodamente seduti su internet - la grande inesauribile biblioteca dell’uomo contemporaneo - aprire un motore di ricerca qualunque, e immettere la parola chiave Ayurveda.

Le prime pagine sono quasi esclusivamente elenchi di centri di massaggio, di yoga, di meditazione, di diete ayurvediche, fra le più fanstasiose, di centri vendita di prodotti, erboristici prima di tutto, ma non solo, olii e tavoli da massaggio, ecc.. Parola magica Ayurveda , sotto la quale vanno alcune delle componenti dell’ Ayurveda e tutto l’ indotto commerciale che ne consegue. In alcuni siti, con una pretesa di serietà maggiore, c’è una pagina dedicata alla filosofia dell’Ayurveda; poche righe, di solito accompagnate da uno dei mille test possibili perché ogni lettore-visitatore possa individuare la sua Prakriti, qualche cenno sui dosha e sulle minimali terapie – universali – per mantenerli in equilibrio.

E già qui un primo equivoco si fa strada, perché il dosha in sè è una cosa, e il dosha che si incarna nella Prakriti di un individuo è un’ altra, deve fare i conti con gli altri dosha, e con la Natura tutta, che si esprime in un habitat climatico, in una tradizione genetica, in una cultura in una possibilità economica, sociale, religiosa.

Il secondo equivoco è che le pagine, oltre la home page, hanno il più delle volte accessi minimali; mi piacerebbe infatti conoscere oltre agli accessi al sito, che di solito generano la posizione nel motore di ricerca, anche gli accessi alle singole pagine, e valutare quanti, oltre all’ accesso alla home page, entrano poi nella pagina della filosofia e quanto realmente vi si soffermino.

Da questa prima superficiale ricognizione possiamo trarre la prima constatazione: l’Ayurveda, in quanto tale, ovvero filosofia di vita, pratica di suggerimenti per conoscersi, per stare meglio in buona salute, quindi tutto quello che noi occidentali chiamiamo prevenzione, e in quanto terapia, ovvero precisa valutazione dei modi e dei rimedi atti a rimettere a posto gli squilibri dei Dosha, non ha quasi posto , se non in alcuni siti che sono più che altro didascalici, e che danno dell’ Ayurveda un profilo così come lo offrono di altre terapie del benessere, come va di moda dire oggi, o naturali o olistiche, come invece andava più di moda dire nell’ ultimo decennio del secolo scorso; l’ Ayurveda dunque alla pari del Reiki, dello Shatsu, della medicina Antroposofica, ecc. penalizzando l’ Ayurveda quanto meno per un diritto di millenni.

Cosi, alla comune percezione dell’ homo occidentalis, l’ Ayurveda appare come una delle tante novità apparse all’ orizzonte nell’ età della New Age, una delle tante mode possibili, una delle varianti dolci all’ invasività della medicina allopatica. L’ Ayurveda non è questo, quanto meno non è soltanto questo!

Se entriamo nel dettaglio delle componenti di cui sopra accennavo, la situazione si offre a numerosi spunti di riflessione, e non certo in chiave migliorativa.
Affrontiamo allora il massaggio!
A lui anche per diffusione significativa in questo mondo del benessere e della possibilità di stare bene, compete il primo posto. Se volgiamo il nostro sguardo in giro quel che appare immediato, anche allo sprovveduto, è la totale scambiabilità fra gli aggettivi del sostantivo massaggio, indiano e ayurvedico, usati con la massima indifferenza.

Può darsi che questa interscambiabilità abbia una sua legittimità, in un mondo in cui la precisione linguistica fa dovunque difetto, ma è innegabile che quando Sushruta codifica il massaggio in chiave terapeutica, e quindi lo struttura secondo i principi e le conoscenze dell’ Ayurveda, a fini terapeutici, sta utilizzando quanto del massaggio faceva parte della tradizione indiana, e dunque siamo di fronte alla codificazione di un massaggio indiano in chiave terapeutica, finalizzato a riequilibrare le energie in modo mirato e che diventa massaggio ayurvedico, il quale appunto utilizza una liturgia precisa di movimenti, che è quella e non un’ altra, che utilizza olio, olii essenziali, decozioni e quant’ altro, con una finalità che è terapeutica e che va dal semplice riequilibrio di uno dei dosha, piuttosto che di un altro, o che mira a dare sollievo in una particolare patologia.
Ne deduco che non sia accettabile chiamare ayurvedico un massaggio effettuato in un centro di estetica, che manipola la persona con un olio tridoshana, acquistato in uno di quei centri ai primi posti dei motori di ricerca di cui si parlava e che, sovente, non ha neppure una sua precisa liturgia.
In questi ultimi due anni, per curiosità, sono entrato in svariati centri dove si pratica abyangam, massaggio ayurvedico, nella mia città, in Italia, in Francia, in Croazia, ecc. e ne ho dedotto quello che l’uomo comune inevitabilmente deduce, ovvero che il massaggio indiano o ayurvedico è il massaggio più fantasioso che ci possa essere: può essere effettuato iniziando con la persona prona o supina, dai piedi o dalla testa, può durare 20’ minuti o un’ ora, può essere molto dolce o rilassante o può essere quasi doloroso, può essere un continuo sfregamento o può prevedere stiramento di dita, di arti, rotazioni del collo e della testa e così via e chi più ne ha, più ne metta.
In due anni in un solo centro di Parigi, ho fatto un massaggio con olio, che ha seguito la liturgia del massaggio descritto dai testi, in un ambiente sereno, con un tocco appena accennato di musica, con una sapiente e dolcissima mano che accarezzava dove si accarezza, strofinava dove si strofina, premeva sui punti deputati ad essere premuti, impastava e sollecitava i muscoli con le giuste vibrazioni. Una volta. L’ esperienza di partecipare ad una manifestazione come il SANA di Bologna, è in questo senso altrettanto illuminante, si può vedere come centri che praticano questo tipo di massaggio mostrino massaggi assolutamente differenti l’ uno dall’ altro e quel che è più divertente o inquietante è che ognuno ha una sua ideologia, questo è il vero massaggio abyangam, questo è l’ unico massaggio della tradizione del Kerala, il vero massaggio dell’ India del Nord, del Sud, dell’ Ovest, dell’ Est, eccetera. Vera e propria fiera delle vanità.

La domanda che viene spontanea, per chi non sappia nulla di massaggio ayurvedico, e che pensa che l’Ayurveda sia quello, in quanto la riduttività di cui parlavamo prima, gli ha già dato l’idea riduttiva che l’ Ayurveda altro non sia se non massaggio, è la seguente: Quale è, se c’è, un vero massaggio ayurvedico, e ancora se la varietà, per quanto di solito gradevole, ma a chi non fa piacere un massaggio qualuque esso sia, non sia frutto di estemporaneo tecnicismo del massaggiatore.

La domanda che mi sono fatto e che qui pongo è se esiste un modo per tutelare un nome, forse per brevettare il massaggio indiano e o ayurvedico, o se esistono altre forme di protezione almeno per quanto attiene al massaggio terapeutico, parte fondamentale del Panchakrma. Evitare insomma che lo sprovveduto possa per antonomasia trasferire all’Ayurveda tutta quello che è di una parte, ovvero in questo caso, tutta quella che è la vaghezza del massaggio al complesso dell’Ayurveda.

E veniamo alla dieta, alla così tanto pubblicizzata dieta ayurvedica, panacea fra tutte le diete possibili, ovviamente in primis per dimagrire, ossessione della civiltà occidentale, che è grassa semplicemente perché mangia troppo, troppo di corsa, troppe porcherie.
Qualunque rivista per donne, ma non solo, ha avuto almeno una volta nell’ultimo anno uno spazio, più o meno rilevante, per la dieta ayurvedica.
Se torniamo al nostro Internet, vera biblioteca dell’uomo contemporaneo, il panorama che ci si offre è sconfortante, in un solo sito indicato in prima pagina, quello di Amadio Bianchi, si dice a chiare lettere, prima di addentrarsi in qualsiasi altra spiegazione, che l’alimentazione corretta è quella più adatta alla propria costituzione .
Come dire che è l’unico di quelli nella prima pagina di un motore importante di ricerca, in cui si parta dall’Ayurveda, dal suo pilastro fondamentale, che la distingue con certezza da ogni altra forma di terapia, ovvero che ogni individuo, su questa terra, è un caso unico, irripetibile nel tempo e nello spazio, e che ognuno ha la sua alimentazione, le sue malattie, compreso l’obesità, e la sua terapia.

Per correttezza aggiungerò che in alcuni siti si trova l’indicazione di eseguire prima il test e di affidarsi poi, in base al risultato del test, alla scelta fra la dieta appropriata per Vata, Pittta, Kapha.
Ma vorrei anche aggiungere che fra gli infiniti Vata possibili, ognuno ha il suo Vata e soprattutto, al di là di una generica indicazione, non si può andare, perché ogni Vata vive in luoghi differenti, svolge professioni differenti, ha un differente livello di cultura e di stato sociale.
Non sono forse queste le indicazioni che provengono dall’Ayurveda più antica? Non è forse l’Ayurveda che ci sollecita a tener conto, nel momento in cui stabiliamo un piano terapeutico, dopo l’ esame della prakriti e l’ anamnesi e l’ indagine diagnostica, a valutare la provenienza del nostro paziente, intendendo le sue origini, il suo livello socio culturale e spirituale, e l’ habitat in cui vive? Rinunciare a queste coordinate è declinare dall’ Ayurveda, limitarsi a offrire una dieta che possiamo chiamare ayurvedica alla stessa stregua di come la potremmo chiamare del fantino, del minestrone, dissociata, a punti, ecc.

E allora, ci sarebbe da chiedersi davvero che cosa una dieta ayurvedica possa fare per un uomo occidentale che esce da casa la mattina e vi torna la sera, e che ha disposizione cibo precotto, preconfezionato, e soprattutto pochissimo tempo per consumarlo, e molta voglia di cibo dolce o di cibo salto e speziato; basterebbe infatti l’ analisi dell’ ossessiva ricerca dei gusti dolce salato piccante da parte della più parte dei consumatori di cibo veloce in Occidente, per capire quale sia il suo dosha disturbato e per sapere che non sarà la dieta a salvarlo, ma la modificazione dello stile di vita. Quale potere può avere infatti una mera variazione di qualità del cibo, in una vita che non cambia, o per scelta o per impossibilità.
La dieta proposta dalla tradizione ayurvedica, è una delle componenti di un ben più vasto progetto che coinvolge lo stile di vita, da sola; isolata dal suo contesto, è improponibile, è inutile, e alla fine inefficace. Se anche in questo caso, come èer il massaggio, la parte vale per il tutto, in tempi brevi, passata la moda, diventa superata la dieta, ma il discredito cade su tutta l’ Ayurveda.

E vorrei aggiungere che su questo punto, lo stile di vita, l’Ayurveda, per l’uomo occidentale si è rivelata abbastanza latitante, come se avesse timore, per bocca di moli suoi esponenti, di dichiarare che la malattia e le malattie dell’ Occidente, obesità compresa, sono frutto di un errato stile di vita, non certamente di un alterato metabolismo.
L’ Ayurveda, per bocca di tanti suoi portavoce, si è già fin troppo adattata all’Occidente, quando offre di sè qualche carta, ma non osa giocare intera una partita, per timore di non avere consenso, audience, un pubblico pronto a seguirla, come tante altre novità esotiche e altrettanto pronto ad abbandonarla per nuove novità.

E, lasciatemi soffermare un momento sui test per individuare la propria costituzione, alla ricerca della Prakriti: possono essere un piacevole momento di svago, ma dalla piacevolezza all’attendibilità ce ne passa.

Sappiamo tutti che ognuno di noi ha di sé un’immagine, che di solito non corrisponde alla realtà.
E, per entrare nel merito, sappiamo anche che i vatici tendenzialmente nel rispondere a quesiti dalle molteplici variabili, ci si perdono, non sanno mai bene fino in fondo quale delle possibili risposte corrispondono ai loro mutamenti, e i pittici peraltro tendono ad essere sbrigativi, veloci, mirano al risultato finale, e infine i kaphici dovvrebbero avere motivazioni così forti per portarlo avanti fino in fondo, che di solito essendo kaphici non hanno .

Una analisi della propria costituzione ha senso se un individuo ha incominciato a coglierne il significato, se ha cominciato a conoscere e ad ascoltare il suo corpo, a capire quando esso pur avendo raggiunto una sorta di equilibrio, presenta dei sintomi sui quali vale la pena di soffermarsi a riflettere.

Buona parte dei miei pazienti afflitti da stitichezza, mi dicono che hanno raggiunto una loro normalità, anche se l’intestino funziona a giorni alterni o due volte a settimana, per loro che sono transitati talvolta verso stitichezze a prova di nitroglicerina, aver raggiunto, con l’uso di lassativi o di supposte, quel risultato, è un buon risultato, ma non lo è in termini assoluti, e così gli esempi si potrebbero moltiplicare; a proposito di pelli inaridite la risposta più facile e comune che molti pazienti si danno, è che il disturbo è la conseguenza di saponi sbagliati, un errore del profumiere; non certo la manifestazione di un disagio; d’altra parte, in una società che ci abitua costantemente a vedere la responsabilità dei nostri mali, nei virus, nei batteri, nelle cose che entrano in noi, o che ci sfiorano come tessuti inadatti alla pelle, e mai appartengono alla nostra complessa individualità fatta di corpo e di mente, ovvero di emozioni, di stile di vita, ecc. è difficile proporre un’ altra visione del disagio, ma non per questa difficoltà si deve declinare da uno dei pilastri dell’ Ayurveda.

Cogliere il disagio che ci affligge, come un nostro disagio, è operazione che richiede un riesame della nostra vita, della nostra mente, dei nostri desideri, dei nostri bisogni, e non tutti siamo sempre disponibili a compiere questo percorso, ma è questo invece che in ultima analisi ci chiede, e che ci può aiutare a fare, l’Ayurveda.

Proporre il test sulla nostra Prakriti, senza nessuna altra indicazione, è un modo come un altro di stare dentro ad un sistema rapido e sbrigativo, sintomatico, della civiltà occidentale e della sua medicina, sbrigativa sintomatica e fiduciosa che solo ciò che entra nell’ uomo è male, che l’ uomo nel sua fisicità protetta da vitamine e minerali è sano, ma fragile di fronte agli eventi esterni. Filosofia questa che per certi versi non è neppure più condivisa da tanta parte della medicina allopatica, la quale di fronte all’ epidemia del virus da immunodeficienza, ha da tempo capito che i più deboli di fronte a questa aggressione sono i tossicodipendenti e quanti si sono sfibrati negli eccessi.

Per tutte queste ragioni, proporre una scheda sulla propria Prakirti, una dieta ayurvedica, o un massaggio simil indiano o ayurvedico, è soltanto qualcosa che attiene vagamente all’Ayurveda, al suo complicato catalogo di cibi, erbe e spezie, da utilizzare con sapiente discernimento; in particolare la dieta proposta è per lo più intesa come qualcosa d’universale, adatta a tutti, a prescindere dalla costituzione, dalla stagione, dal clima, dall’ obiettivo che si voglia raggiungere, e destinata per ciò stesso a diventare una curiosità, magari da sperimentare per qualche giorno, ma per dichiararla poi inefficae o impraticabile.

Si possono trovare, navigando su internet o spulciando libri, cose veramente singolari, e per certi aspetti anche destinate a far perdere l’entusiasmo, persino a zelanti adepti dell’ Ayurveda.
Complicati elenchi di erbe e spezie, ortaggi, frutta, da acquistare – e taluni di questi alimenti sono introvabili dalle nostre parti, in partibus occidentis, se non in alcuni negozi specializzati delle grandi metropoli, tutto per iniziare una dieta depurante ; solo a leggere e a mettersi alla ricerca dei prodotti soprattutto se non si abita in una metropoli, scoraggia chiunque; così questa bella dieta, che potrebbe certamente essere d’aiuto a un sacco di gente se solo ne cogliessero la filosofia che la anima, ovvero mangiare quel tanto che ti basta, fare attenzione al ciclo stagionale, al clima, al rapporto con il cibo, alle emozioni che lo sottendono, diviene esercizio arduo, e alla fine si perde un’occasione di approccio con una parte dell’ Ayurveda e che potrebbe e dovrebbe essere se mai soltanto un veicolo per arrivare al tutto, all’ Ayurveda nella sua totalità.

Ma vi è dell’ altro: nella maggior parte dei testi, che trattano del cibo e propongono diete a diverso titolo, si propone sostanzialmente quella che è la dispensa indiana, con le sue erbe, le sue spezie, i suoi alimenti. Tutto questo fa sì che si propongano cibi e gusti, Rasa, che non appartengono al gusto occidentale.
Per cui, dopo la difficoltà di reperire i prodotti, il non semplice approccio con l’utilizzazione di un numero talvolta elevato di spezie, la laboriosità della preparazione di alcune ricette, che è l’ antitesi di quanto l’ uomo occidentale concepisca come preparazione del cibo, l’ incontro con il gusto determina spesso l’abbandono, la rinuncia a quel tipo di alimentazione. Il gusto è una memoria affettiva ed emozionale, identificatorio di una appartenenza sociale etnica religiosa.

L’ Ayurveda ha insegnato ad ogni terapeuta che quando ha davanti il suo paziente, prima di stabilire un progetto terapeutico, deve chiedersi, chi sia quella persona e, nel chi è , ci sta la considerazione della Prakriti, dell’età e della sua appartenenza, ovvero degli elementi che connotano la sua identità, appunto l’appartenenza religiosa, etnica, culturale, sociale. Stabilito questo perché non ci sforza di offrire ai pazienti occidentali una dieta che sia costruita sui loro gusti, che non li costringa a vivere come se fossero figli d’ indiani, perché non lo sono? Forse perché è molto più divertente . E questa osservazione ci porta ad un’ altra considerazione, ovvero all’ incapacità di adeguare in modo serio quello cha l’ Ayurveda ha stabilito per un certo tipo di utenti ad un altro tipo di utenti, ovvero avere attenzione per un pubblico di potenziali consumatori che appartengono ad altra cultura alimentare e che hanno un altro gustoe un’ altra memoria della convivialità. Non è difficile: lo studio delle erbe occidentali in chiave ayurvedica, che ho iniziato quando ho steso la mia tesi per l’Accademia Ayurvedica di Pune, ha dimostrato che si possono utilizzare erbe corrispondenti al gusto occidentale, senza necessariamente ricorrere a erbe per noi esotiche e dal gusto non sempre accettabile, così come la varietà dei dal indiani trova analogie con i nostri legumi, non è dunque necessario indaffararsi oltre modo per trovare un tipo di dal, quando abbiamo a disposizione lenticchie e piselli secchi di varia qualità.
Ecco allora che una rigidità nell’offrire un prodotto diviene poi una barriera, che può essere facilmente superata. E‘ singolare però che da una parte l’ offerta di dieta ayurvedica quasi universale non esca dal limite dell’ esotico. L’ Ayurveda ha come imperativo quello di guardare e valutare la provenienza del potenziale paziente, e questo vuol dire che occorre valutare i termini della proposta all’uomo occidentale, se vogliamo che, poco per volta, colga il senso profondo della filosofia che anima l’ Ayurveda, e non la veda solo come uno dei tanti esotismi orientali dell’ era dell’ Acquario e della New Age, con le quali l’ Ayurveda non ha da spartire alcumchè; altra è la sua storia, la sua filosofia, l’ afflato mistico che la pervade.

E veniamo al terzo aspetto, Yoga.
Credo di non dire certamente qualcosa di nuovo quando dico che la più parte degli insegnanti di Yoga, di Ayurveda non sanno nulla. Lo Yoga è altro rispetto all’Ayurveda, anzi dirò di più, navigando su Internet, si scopre che lo Yoga è talvolta in siti che si occupano di omeopatia, di medicine naturali, ecc. Nei siti in cui si parla della filosofia dello yoga si fa riferimento all’Induismo e ai Veda, ma un riferimento all’ Ayurveda è spesso totalmente assente o carente.

Siamo in questa situazione di un meraviglioso convegno mirato a studiare in particolare le problematiche dello Yoga e, seguendo il calendario e i temi che tanti ben più illustri di me stanno trattando, questo tema lo abbandono, con questa constatazione che in Occidente, in questi tempi, a me sembra che Yoga e Ayurveda siano già divenute due realtà separate e distinte, provenienti da un unica fonte, ma a sé stanti, come se l’una non fosse la parte spirituale di quella fisica, e l’ altra la parte fisica di quella spirituale; separarle significa separare corpo, mente, spirito, trattare queste tre componenti come se non fossero la stessa essenza che si esprime a tre differenti stadi; è in ultima analisi la negazione dell’Ayurveda.

Ayurveda è, prima di essere una medicina una filosofia, una proposta di uno stile di vita, e quando è medicina è, come afferma Svoboda , un’arte che diventa guarigione solo quando il guaritore è coinvolto.

La prima domanda che mi sono posto e che pongo a chi mi ascolta è questa: Che tipo di coinvolgimento si intende?

Svoboda ha ovviamente una sua risposta, dice infatti che il vero medico è un maestro che aiuta il paziente a lavorare sui problemi a tutti i livelli, il vero medico utilizza l’anamnesi, l’ esame diagnostico per intuire le particolari possibilità del paziente e stabilire una strategia individuale di guarigione.

Il vero medico è un maestro presuppone quantomeno che il paziente sia un allievo, allievo di una filosofia di vita e di una disciplina che lo porti a riconsiderare il suo stile di vita.
E allora mi chiedo come sia possibile fare questo quando come maestri si è disponibili saltuariamente, talora una o due volte l’anno, quasi esclusivamente per consegnare una lista di rimedi? Eppure questa è una realtà, che tutti conosciamo, alla quale dolorosamente contribuisce talvolta l’India stessa, che spedisce in Occidente i suoi maestri, che ricevono persino in aeroporto, fra uno scalo e l’altro.
L’ Ayurveda non fa miracoli, ed è stata, nel tempo, estranea, a forme di mistici guaritori.

Di quale Ayurveda stiamo parlando, quale Ayurveda pratichiamo quando incontriamo i nostri pazienti una o due volte l’anno, e ai quali diamo una mera lista di rimedi? Non è certo questo il modo di lavorare su un paziente a tutti i livelli, ma soltanto sul piano della mera fisicità e talvolta, necessariamente, sul piano della risposta al sintomo.

E allora riformulo la domanda, in altro modo: è Ayurveda una terapia che guarda alla remissione del sintomo? No, non lo è. Lo voglio dire con forza, non lo è da Charaka Samhita in giù, non lo è, se fa questo è mera imitazione dell’allopatia, mascherata da differenti diagnosi, da differenti rimedi, ma è imitazione dell’ allopatia, con tutto quello che ne consegue, sul piano dello stile di vita, sul piano della terapia dell’ anima e della mente.

Per di più, lavorare in questo modo, produce due conseguenze, la prima che la guarigione diviene molto improbabile, o quanto meno momentanea e superficiale, al massimo si pone appunto rimedio ad un sintomo, e questo produce poi nel tempo un senso di sfiducia nei confronti di una scienza, che ha invece un altissimo valore e una potenzialità terapeutica come nessun altra, e secondariamente, in questo operare, si compie un significativo danno non soltanto a quel paziente, ma a tutta l’umanità, che superata la fase della moda, diviene diffidente nei confronti di una forma terapeutica, che ,di per sé agli occidentali, appare poco chiara e quasi stregonesca.
A me, sono capitati, nel tempo, pazienti che avevano già avuto contatti con l’ Ayurveda e che ne erano usciti delusi, avevano tranguagito Triphala e quant’ altro, ma dopo un sollievo iniziale, tutto era tornato come prima, perché non si erano rimosse le cause che provocavano quel sintomo, cause, che, è arcinoto, non sono mai fisiche, ma emozionali.

In secondo luogo, lavorando così, noi, come poc’anzi dicevo, stiamo semplicemente imitando la medicina allopatica, con l’unica variante che invece di utilizzare un repertorio di prodotti industriali di derivazione chimica, utilizziamo prodotti a base di erbe e di minerali.

Ma questo non basta, perché noi diamo al paziente la sensazione, che a questo punto è obiettivamente reale, che l’unica differenza con l’allopatia sia quella. Il che non è così, e io mi ribello a gran voce a questa idea che l’Ayurveda si distingua dall’allopatia solo per il ricorso a rimedi naturali e a suggerire una dieta piuttosto che un’ altra.

Alla stessa stregua, mi chiedo di quale Ayurveda stiamo parlando quando taluni terapeuti, vedono sÏ e no il paziente per 15 minuti ogni tanto e dopo che, alla prima visita, hanno fatto loro compilare uno dei vari questionari disponibili, per individuare la Prakriti e quindi, sulla base di manuali oggi esistenti, individuano la terapia, che dunque ha la caratteristica di essere omologata secondo il disturbo presentato. E, mi pare evidente, che anche in questo caso si voglia a tutti i costi essere come sono i medici allopatici, anzi i medici di base.
Dei questionari, abbiamo detto, non tedio ancora l’uditorio.

Ma vale la pena di riflettere sul fatto che l’uso di queste forme di indagine ha trovato così grande sviluppo in Occidente perché l’Occidente ama i test, anche in questo caso è sufficiente andare sulla home page di portali internet per valutare quante offerte di test ci siano, per sapere a quale albero, a quale animale assomigliamo, per sapere chi è il nostro partner ideale, per sapere se siamo guerrieri o sacerdoti e così via; ecco dunque un ulteriore esempio di come ci si stia adattando ad una forma mentis che è frutto di superficialità e velocità: in poche battute l’uomo dell’ Occidente vuole sapere chi è, come è, a quali rimedi ricorrere per stare bene, sempre meglio, non rinunciano a nulla, vale a dire, lavorare a più non posso per guadagnare quanto più si può, non privarsi di tutto quello che piace, cibo, alcool, fumo, droga, divertimento, eccetera. L’ Ayurveda come la medicina allopatica, compreso la chirurgia estetica, deve imperativamente offrirgli in modo rapido i suoi antichi tesori per ottenere quanto gli serve per quel progetto di vita.

Eh no, l’Ayurveda ha un suo progetto di vita, non può essere piegata per servirne un altro! Quanto meno io penso questo.

Ecco dunque uno dei rischi fondamentali che corre l’ Ayurveda, scoperta in Occidente da circa quaranta anni, con un exploit a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, dunque vive una sua giovinezza e una necessaria immaturità, per questo dobbiamo guidarla, tutelarla dal rischio di essere omogeneizzata come tutto quello che accade in Occidente, dove tutto viene compresso zippato globalizzato, ovvero l’ esatto contrario di ciò che è l’ Ayurveda, che è l’ unica delle terapie che io conosca che si rivolge ad ogni individuo, colto nella sua essenza di essere umano unico e irripetibile, nonché unità insicindibile di spirito, mente, corpo.

L’ Ayurveda non può essere ridotta a una grande fabbrica di rimedi da distribuire con lo stesso principio del farmaco allopatico, non può essere considerata, perché non lo è, una medicina strictu sensu, alternativa ad un’altra. L’ Ayurveda è un insegnamento, una filosofia, uno stile di vita, inteso nella sua complessità di emozioni, di mente e di spirito, prima di essere terapia!

Occorre dunque una grande prudenza da parte di chi rincorre la medicina allopatica per avere riconoscimenti, perché l’Ayurveda non ne ha bisogno, non ha bisogno di credenziali, oltre quelle che già ha accumulato in secoli e secoli di vita. Ci vuole prudenza prima di buttare a mare il patrimonio di cultura che ha elaborato l’idea di mente e di corpo e di spirito come unità, aspetti imprescindibili l’una dall’altra. Per questa ragione vedo con preoccupazione farsi strada l’idea che l’Ayurveda possa diventare specializzazione per medici, perché questo significa che l’ Ayurveda sarà utilizzata alla stessa stregua dell’ omeopatia, come alternativa al farmaco chimico, e nulla di più.
Oggi è più facile riscontrare i nuclei della filosofia ayurveda nella tradizione, peraltro recente, della medicina emozionale o della metamedicina, sono più vicini all’Ayurveda infatti autori come Dalke, Dethelfesen, la Rainville, Scellenbaum, tanto per citarne alcuni, di quanto non lo siano alcuni testi di Ayurveda che girano in partibus occidentis, che sono un catalogo di malattie e di possibili terapia, a prescindere da chi ne sia il portatore e da quali stati d’ animo o disagi della mente essi siano prodotti, e questa è un ulteriore conseguenza della separazione così spesso marcata fra Ayurveda e Yoga, soprattutto laddove lo Yoga è di fatto diventato un modo di praticare una ginnastica dolce, al di là della palestra di fitness.
Questo, infatti, riduce l’Ayurveda a mera terapia fisica, e, inevitabilmente, anche lo Yoga diventa mero esercizio fisico.

L’ Ayurveda non può esimersi dal valutare le ragioni che alterano un dosha, e che sono solo apparentemente fisiche: lo stress, il mangiare troppo e male, l’abuso delle proprie energie, l’abuso di sostanze o farmaci, sono frutto di desideri, di falsi bisogni, di emozioni, come l’ invidia, la rabbia, la competizione sfrenata, la paura dell’inadeguatezza sociale economica sessuale, eccetera; sentimenti che hanno un sapore, che generano eccesso di sapori, che alterano i dosha, semplicemente! L’Ayurveda ha imparato nel corso di secoli a cogliere questa relazione, non si capisce perché oggi debba esprimersi in Occidente in modo diverso, tentando un impossibile adeguamento e correndo il rischio di diventare uno dei tanti sistemi che procurano benessere momentaneo e superficiale.

Innegabile che la domanda occidentale abbia prodotto un’offerta all’ Occidentale, ma se non c’è un riscatto, all’ Ayurveda toccherà la sorte di tutto quello che l’ Occidente prende, ovvero vivere una o due stagioni inseguendo una moda più o meno effimera per essere manipolata ridotta adattata e infine espulsa.
Innegabile che ci siano interessi economici di non poco rilievo, intorno all’ Ayurveda, così settorialmente intesa, e questo è il segnale che l’Occidente ha già vinto una battaglia, ma non ancora la guerra, se chi ha interesse per una sorte diversa dell’ umanità si impegna a riportare l’ Ayurveda a quello che tradizionalmente essa è nella sua essenza più profonda.

L’ Ayurveda deve ritrovare orgogliosamente la sua identità, e questo passa prima di tutto dalla formazione di terapeuti e terapisti, dalla tutela della sua essenza e dalla tutela delle sue terapie, massaggio compreso, e dalla tutela del suo inscindibile rapporto con lo Yoga.

:: settembre 06

Lo Yoga altro non è se non l’aspetto squisitamente spirituale dell’ Ayurveda, laddove l’ Ayurveda è la parte terapeutica dello Yoga.
L’ Ayurveda è la parte della scienza yogica che riguarda la salute, lo Yoga infatti è l’ aspetto spirituale dell’ Ayurveda, mentre l’ Ayurveda è la parte terapeutica dello Yoga.
Lo Yoga infatti è molto di più delle asana, la parte fisica dello yoga che oggi in Occidente è maggiormente conosciuta.
Dobbiamo però tenere ben presente che nella sua filosofia ispiratrice lo Yoga è un complesso sistema – una scienza – che promuove lo sviluppo spirituale al fine di giungere all’autorealizzazione, ovvero alla conoscenza della propria vera natura, al di là del tempo e dello spazio.
Questa parte squisitamente spirituale è meglio conosciuta come Yoga Sadhana.
Lo Yoga inteso invece come terapia utile per ritrovare o mantenere la salute, conosciuta come Yoga Chikitsa, è parte integrante dell’ Ayurveda, che si occupa della prevenzione delle malattie e della cura delle malattie sia fisiche sia mentali.
L’Ayurveda nel trattamento delle malattie, utilizza anche lo Yoga, sia per le asana che possono trovare utilizzazione nella terapia di non pochi disturbi, sia per il pranayama, ovvero il sistema delle tecniche di respirazione; in particolare per i disturbi psicologici, ovvero apparentemente legati ad un disturbo della mente, l’ Ayurveda suggerisce la meditazione e la ripetizione di mantra.
A proposito di quanto appena detto occorre però affrontare una precisazione, l’Ayurveda per quanto attiene alla visione della psicologia umana, o per meglio dire, dei differenti stati di coscienza, ha attinto senza dubbio allo yoga sadhana.
In Occidente invece quella che potremmo definire psicologia ayurvedica e psicologia yogica sono cose quasi separata, perché la maggior parte degli insegnanti di Yoga non ha nessuna conoscenza filosofica dello Yoga e tanto meno dell’ Ayurveda.
E alla stessa stregua un terapeuta ayurveda spesso ha studiato l’ Ayurveda in termini meccanicistici, totalmente avulsi dal contesto filosofico dell’ Ayurveda e della cultura vedica.

:: aprile 06

La parola Yoga deriva dalla radice yuj che indica il mettere il giogo, aggiogare, che aveva il corrispondente latino iugum.

Yoga dunque per mettere sotto giogo le turbolenze mentali e fisiche, in modo da ottenere una perfetta unità di coscienza che vada oltre i limiti del pensiero; quindi di là delle categorie del tempo-spazio.

Vi sono, ovviamente, molti tipi di Yoga, dall' Hatha all' Asparsha metafisico. Tutti però hanno un unico fondamento ideologico: lo Yoga non è una religione, come comunemente si intende questo termine, è invece una scienza, la scienza che studia l'essere nella sua totalità; è anche filosofia perché propone una visione della vita e della natura.
In quanto scienza è essenzialmente pratica, pratica di vita, che si traduce in una serie di gesti fisici; in quanto filosofia è teoria, speculazione. Lo Yoga dunque è pratica e teoria insieme e non si può pensare che sia solo pratica o solo teoria.

Lo Yoga non cerca di convincere nessuno, non impone ad alcuno le proprie convinzioni filosofiche e la propria pratica di vita.
Esiste, vive esprimendosi nella dignità di ciò che è.
In Occidente se ne è fatto e se ne fa una semplice professione, un mercato, una pallida imitazione di ciò che è in realtà, spesso si degrada ad una pratica più simile allo stretching che a una filosofia e pratica di vita, e non è infrequente che in una seduta di yoga altro non ci sia che un susseguirsi di asana e di qualche momento di respirazione sorvegliata o, cosa molto di moda oggi, qualche consiglio alimentare.

:: agosto 04

Se Dio ha creato la malattia ne ha anche creato il rimedio, dice il profeta Muhammad, stabilendo così il principio della dualità e dell’ alternanza, è all’ uomo che compete districarsi in questa dualità, a lui spetta l’obbligo di mantenersi in salute.

Il profeta dunque stabiliva un principio che si ritrova nelle antiche concezioni filosofiche indiane e cinesi, ovvero se c’è una realtà ci deve essere anche il suo opposto, perché tutto nel creato è doppio, e tutto tende a ritornare all’ unità che è propria dello spirito creatore, del respiro vitale, o di Dio o Allah – chiamiamolo come ci piace.

Ma anche di un principio riaffermato dalle nuove concezioni della medicina contemporanea, e possiamo qui indicare i lavori di Dalke e di Dethenfelsen, in Germania, negli ultimi vent'anni.

All’ uomo compete, si diceva, di trovare il rimedio, ma prima ancora compete l’opera di prevenzione, di mantenersi sano. E mi piace ricordare che l’ Ayurveda è, prima di essere una strada terapeutica, scienza della vita, ovvero una filosofia di vita per mantenersi in buona salute, prima di tutto dunque come diremmo con termine moderni, medicina preventiva.

Il rimedio per ritrovare la stato di salute passa prima di tutto dall’ individuazione del motivo per cui ci si è ammalati. Capire il sintomo, interpretarlo.

E due possono essere le cause generali, la prima è una cattiva alimentazione, e per tornare al profeta Muhammad, lo stomaco è la sede della malattia e la dieta è metà della cura. E sappiamo quanta attenzione l’ Ayurveda dedichi all’ alimentazione.

La seconda causa sono le emozioni, e nel Corano Muhammad riporta che ci sono malattie in relazione al dubbio e in relazione al desiderio. Inquietudine e possesso dunque, il che ci rimanda anche alla concezione induista e a quella buddista.

Occorre dunque tenere sano il corpo con un’ alimentazione appropriata, misurata e rispettosa dell’ambiente e del clima. Anche il profeta Muhammad insisteva su questo aspetto quando suggerisce una dieta a base di legumi ( ma a quel tempo nei legumi erano compresi anche i cereali ), frutta, latte, miele, datteri, le cui proprietà sono oggi scientificamente dimostrate; e quando suggerisce di purificare il corpo con periodici digiuni, come prescrive l’ ayurveda.

E occorre tenere pulita la mente, con la meditazione, con la recitazione mantrica, con la preghiera.

:: settembre 02

Ammalarsi è il risultato finale di un processo che non è mai soltanto fisico, anzi quasi mai lo è. Il corpo è l’ abito della mente, l’ unico modo che la mente ha per esistere. E’ la mente con le sue complesse emozioni, che si ammala, e la manifestazione di questa malattia emozionale avviene nel corpo, attraverso un sintomo, più o meno disturbante. E il sintomo altro non è se non un messaggio, che deve essere interpretato per correggere il carico emozionale che l’ ha prodotto.

Ne consegue dunque che la via della guarigione passa dall’ esaminare la condizione della nostra mente, dall’ analizzare i nostri ingorghi emozionali. Se non si attua, sia pure contestualmente ad una terapia atta a reprimere il sintomo, una più complessa valutazione delle cause emozionali del nostro disagio fisico, quel sintomo o un altro, di lì a poco torneranno ad affliggerci, perché non avremo rimosso la causa che determina il nostro disagio fisico.

Non è facile comprendere questo processo: per la nostra cultura è quasi impensabile che un sovraccarico di emozioni, o emozioni che non siamo in grado di reggere, vuoi perché contradditorie con il nostro modello culturale o con il nostro sistema di vita, possano determinare un disagio fisico; eppure basterebbe pensare al fatto che siamo abituati a scaricare sul fisico emozioni quotidiane, la vergogna ci imporpora le guance, la paura del vuoto ci rende le gambe molli, la paura ci vuota lo stomaco, la rabbia ci gonfia il collo, uno spavento ci fa perdere il fiato e ci accelera il battito cardiaco, e così via.

Le emozioni sono sovente contrastanti fra loro: abbiamo voglia di gridare la nostra rabbia, ma per diverse forme di convenienza sociale, ci tratteniamo, ci innamoriamo, ma non sempre abbiamo il coraggio di affermarlo, desideriamo il piacere, ma non sempre ce lo legittimiamo, ci prefissiamo degli obiettivi, ma non sempre abbiamo la costanza di perseguirli; e potremmo andare avanti ancora.

La realtà è che le nostre emozioni se non le risolviamo restano sospese a tormentare i nostri pensieri prima e il nostro corpo dopo.

Il sintomo ci avverte che un certo carico sospeso è appunto passato dalla mente nel corpo e se non facciamo qualcosa una parte del nostro corpo è destinata ad ammalarsi, e in genere si ammala quella parte che ha una qualche relazione con quel carico emozionale. La localizzazione del sintomo infatti è il primo messaggio che dobbiamo interpretare. Le nostre emozioni infatti tendono a non farci più fare quello interferisce con il loro percorso, oppure a riflettere nel corpo uno stato d’ animo portato a un livello di esasperazione. Per esempio chi tende a tenere sempre sotto controllo e a non lasciarsi mai andare, probabilmente soffrirà di stitichezza, così come non riesce mai a decidersi su cosa sia meglio fare nella sua vita, tenderà a soffrire di scariche diarroiche, e allo stesso modo i dolori alle gambe possono avere una causa nella paura ad andare avanti nella vita, assumendosi le responsabilità che ci sono richieste, oppure essere il prodotto di un blocco che ci siamo dati e che ci ha impedito di andare avanti nel modo che sentivamo più opportuno.

Lo stress della nostra quotidianità, l’ insoddisfazione, bruciano energia, quindi tendono ad abbassare i livelli delle nostre difese organiche e a esporci alle malattie stagionali: raffreddore e influenza vanno di pari passo con le nostre difese immunitarie, più queste si abbassano perché limate dalla fatica del vivere quotidiano, più siamo esposti alle infezioni, ai nemici, batteri e virus.

Dobbiamo dunque imparare a gestire la nostra vita evitando allo stress di diventare una minaccia per il nostro corpo. L’ Ayurveda ci mette a disposizione la meditazione per riequilibrare quotidianamente il sovraccarico emozionale.

:: aprile 02

Cibo per il corpo, ma non solo
Nella cultura ayurvedica si dà grandissima importanza al cibo. Ma, se riflettiamo un momento, in tutte le culture antiche si è data un’importanza al cibo.

Cibo negato, come nell’ebraismo, nell’islamismo, nell’induismo perché impuro, e d’altra parte cibo che diventa sacro, come il pane e il vino, nel cristianesimo, cibo che si benedice prima di essere consumato, cibo che si offre agli dei, o agli antenati.

Il cibo rende impuri e purifica, il cibo aiuta a trovare la via: non si mangia carne per rispetto degli animali, perché potrebbero essere incarnazioni umane, non si mangiavano d’ altra parte fave presso i pitagorici, perché potevano contenere anime migranti, si mangia un particolare cibo secondo la scansione del calendario liturgico come memoria di un evento, per far cosa gradita agli dei, ci si astiene dal cibo nei digiuni purificatori, per preparare l’anima ad una particolare solennità religiosa, o si mangia cibo particolare per ottenere più forza nel corpo e nella mente, si mangiano funghi allucinogeni per prepararsi all’incontro con le divinità o con gli spiriti.

Si mangia o non si mangia nella nostra civiltà per esprimere un disagio interiore che non trova altra espressione, anoressia e bulimia, sono manifestazioni rituali, come lo erano quelle dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme che mangiavano solo un certo tipo di pane o come i sacerdoti egizi, che mangiavano solo un certo tipo di offerte prelibate.

Se guardiamo a trecentosessanta gradi la storia dell’umanità, ci rendiamo conto che fin dall’antichità il cibo è legato ad una concezione di sacralità in senso lato, o di sacralità del corpo: il cibo è espressione di una appartenenza religiosa e etnica, il cibo è legato alla ritualità dell’offerta affettiva e erotica, ancor oggi le madri preparano il cibo di gradimento del figlio che torna a casa, e gli amanti, si sa, si prendono anche per la gola.

Potere immenso del cibo, che chiaramente non è mai solo nutrimento del corpo, o così non è mai stato inteso.

Forse oggi nella fretta del vivere attribuiamo al cibo il solo potere di nutrirci rapidamente e abbondantemente. Ma la nostra memoria storica, il nostro dna – se vogliamo chiamare le cose in termini moderni e più securizzanti – continua a attribuire al cibo una gamma di funzioni ben più vaste e complesse e il nostro corpo, che non è mai solo corpo, anche lui si aspetta dal cibo qualcosa di più che non sia solo il semplice nutrimento.

L’ayurveda, alla quale molti continuano a rivolgersi per un malinteso, in quanto credono che la dieta ayurvedica possa far dimagrire, ci ha insegnato invece quale è il corretto modo di intendere il cibo. E chiede – per capire questo modo – di conoscere prima se stessi, la nostra costituzione prakriti. Il cibo per far bene e riportarci in equilibrio con noi stessi e con la natura intorno, passa dalla conoscenza di sé. Come chiedevano i filosofi greci, come chiede lo psicologo all’anoressico e al bulimico.

Non c’è altra via per star bene che prima di tutto conoscere chi siamo, per imparare il secondo fondamentale passo: usare il cibo con tutto il suo potere reale, metaforico, simbolico, per ritrovarci in mezzo al mondo con serenità e in buona salute.

:: dicembre 01

Le grandi passioni sono come le grandi verità o le grandi scoperte o le grandi invenzioni.
Stanno nella categorie delle cose non ritrovabili nella maggioranza degli uomini.
Sono per loro natura dunque anormali, strane, insolite, irregolari.
Eppure, sono e sono state spesso, il motore del mondo.
Non c'è mito e letteratura senza le grandi passioni, non c'è il mondo moderno senza le grandi scoperte, non c'è il pensiero occidentale e orientale senza le grandi verità e via seguitando.
Sono esse forse le forme in cui si esprime la necessità,ananke, di muovere ciò che nella norma non può avere movimento essendo ferma nella via media, nella aurea mediocritas.
E, se così è, non è ancora una volta il modo in cui il divino, ciò che sta oltre l' umano, interviene a sollecitare una nuova visione del mondo?
Nello spirito si ricompone la frattura, se si coglie con distacco il senso del messaggio sia esso grande passione, grande scoperta, grande verità.

Cos'è la normalità?
Se, con il pensiero positivista che fonda un principio che arriva alla ricerca statistica, normalità è ciò che statisticamente è maggiormente provato, abbiamo bisogno del concetto di anormalità, di strano, di insolito, di irregolare per spiegare quello che sta fuori da ciò che è maggiormente provato.
Questo pone il problema che uomini e donne straordinari - fuori dell' ordinario - si pongono in quella categoria di concetti che spiegano ciò che non è nella norma.
Quando però ci troviamo di fronte a Mosè balbettante, alle estasi di Maometto e di Caterina, facciamo un passo più in là, giustificando lo straordinario con l' ingresso del divino, cioè lo poniamo su un piano di spiritualità, che allontana la anormalità dalla carnalità o dalla materialità.
La malattia è per sua natura anormale rispetto allo stato di salute.
Il terapeuta così ha sempre di fronte a sé ciò che non è statisticamente provato nella maggioranza.
Ma le persone che si rivolgono a lui non sono Mosè o Maometto.
Eppure io credo ci si debba porre nei loro confronti come ci si pone nei confronti di questi due personaggi, ovvero con l' atteggiamento di chi sta osservando l' intervento del divino nel quotidiano, del sacro nel profano.
Ogni malattia è un richiamo del corpo sul disagio della mente, ma il piano su cui comunicano corpo e mente, una cellula dopo l' altra, è lo spirito, il fuoco vitale che ci lega al cosmo, all' universo, alla perpetua creazione.

La prospettiva della normalità è solo uno dei tanti possibili modi che abbiamo di guardare la nostra condizione esistenziale, con i suoi sintomi di malattia.
Il terapeuta non dovrebbe mai perdere di vista che il sintomo è espressione di un disagio psicofisico che dichiara che non si riesce più a stare completamente nell' ordine della normalità. Il sintomo è il grido di una lacerazione che si è prodotta all' interno del nostro sistema di valori e modelli culturali che, magari in una parte piccola, non riusciamo più a condividere, a rispettare; è il grido di chi sta soffocando un' emergenza emozionale che è in contrasto con quanto è stato stabilito dalla norma di quella società nella quale in quel momento si vive.

:: settembre 01

Siamo molto più vicini di quanto si immagini, nella sofferenza e nella malattia, ai pellegrini che, nell'antica Grecia, si recavano ai templi di Asclepios.
La guarigione, la salute, si situano infatti al termine di un viaggio della mente, durante il quale il paziente deve trovare le ragioni per cui il suo corpo si è ammalato, dare una spiegazione al messaggio che la malattia gli sta inviando.
Il ruolo del terapeuta deve essere quello di chi si pone nella posizione di colui che accompagna, non di colui che interpreta, il terapeuta non può infatti sostituirsi al paziente, deve semplicemente, offrendogli gli opportuni supporti, accompagnarlo per un tratto nel viaggio verso la guarigione, consapevole che è il paziente che deve compiere il suo viaggio e rispettare i modi e i tempi di questo viaggio.


ricette dall'India e non solo...

Zuppa di Zucca

Questa ricetta viene dal Bangladesh e, rispetto alle altre preparazioni del paese, è abbastanza ricca di ingredienti.

ingredienti
litro di brodo vegetale
500 gr di cipolle
1 cucchiaio di garam masala
1 cucchiaio di cumino
1 cucchiaino di radice di zenzero
1 cucchiaio di semi di senape nera
1cucchiaio di peperoncino rosso piccante
1 zucca
10 cucchiai di ghee
200 gr di lenticchie frante
sale e pepe

Sbucciate le cipolle, tenendole immerse in acqua fredda per evitare di lacrimare, tagliatele a fette e mettetele a soffriggere nel circa 20 minuti, a fuoco lento, in modo che prendano colore ma non diventino scure.

Aggiungete la zucca tagliata a dadini e fatela insaporire 10 minuti.

Mettetele in una casseruola con l'acqua, una manciata di sale, un pizzico abbondante di pepe appena macinato, il garam masala, i semi di cumino e di senape nera, e il peperoncino.

Coprite il recipiente e portate a ebollizione; quindi moderate la fiamma al minimo e buttate nella casseruola il dal, ovvero le lenticchie frante e lasciate cuocere circa 1 ora. Se la minestra fosse troppo densa aggiungete un mestolo di acqua bollente e salata.

Prima di servire grattugiatevi sopra un po' di zenzero fresco.


Ríso e yogurt allo zenzero

DAHIBHAT

Una ricetta vecchia di secoli, menzionata negli antichi testi dei Veda. Digeribile e nutriente, questo piatto si serve fresco o a temperatura ambiente, ed è un'ottima scelta per il menu di un pranzo estivo, accompagnato da una pietanza di verdura o da un'insalata. E' indicato anche per una cena, poiché il riso può essere cotto e raffreddato in anticipo e completato all'ultimo momento.

Tempo di preparazione (dopo avere riunito gli ingredienti): 5 minuti
Tempo di cottura: 25-35 minuti
Dosi per 4 persone

2 tazze (200g) di basmati o altro riso bianco a grana lunga
4 tazze di acqua
2· cucchiai di burro o di ghee
1 cucchiaino di sale
1 tazza (300 ml) di yogurt o di panna acida, freddi o a temperatura
ambiente
1 cucchiaino di zenzero in polvere o i cucchiaino di radice di zenzero fresco
raschiata e grattugiata o tritata fine

I. Se si utilizza il basmati, pulire, lavare, mettere a bagno e scolare il riso.

2. Portare l'acqua ad ebollizione in una pesante pentola antiaderente da 1 e 1/2 litri. Mescolando versare il riso, coprire con un coperchio ben aderente e abbassate il calore al minimo. Lasciare sobbollire dolcemente per 20-25 minuti senza mescolare, finché il riso sia cotto e gonfio e l'acqua sia stata completamente assorbita. Togliere dal fuoco e lasciare riposare per 5 minuti senza scoprire, per consentire ai fragili chicchi di rassodarsi.

3. Trasferire il riso cotto su un piatto di portata, salare, aggiungere il burro o il ghee, e mescolare bene.

4. Quando il riso è freddo (a temperatura ambiente, odi frigorifero), condire con lo yogurt o la panna acida e lo zenzero prima di servire.


Riso Pilaff indiano

Il Pilaff indiano ha strette parentale con un modo di preparare il riso comune a tutta l’Asia e ai paesi del bacino mediterraneo, fino alla Spagna, dove trovare nella paella una sorta di lontano parente parente.

Friggiamo una tazza e mezzo di riso nell’olio o nel burro chiarificato, dopo averlo lavato

e scolato bene. Quando i chicchi di riso sono diventati bianchi-opachi, aggiungeremo tre tazze di acqua bollente e un cucchiaino di sale fino (meglio mangiare poco salato e comunque ad aggiungere c’è sempre tempo, a levare non più).

Portate a bollore, poi abbassate òla fiamma e coprite il riso e lasciate cuocere dolcemente per circa dodici minuti, fino a quando il liquido non sarà completamente assorbito, quindi togliete il riso dalla pentola per evitare che continui a cuocere al semplice calore, e lasciatelo raffreddare, intanto preparate i seguenti ingredienti

2 cucchiai di ghi, o burro o di olio extravergine di oliva,1 cipolla, affettata,4 spicchi d'aglio, finemente tritati, un pezzo di zenzero fresco di 2-3 cm, finemente tritato, oppure un cucchiaino abbondante di polvere di zenzero, sei chiodi di garofano, un pezzo di cannella di circa 5 cm. spezzettata, un cucchiaino di paprica o polvere di peperoncino, due baccelli di cardamomo verde, un cucchiaino di garam masálá, un cucchiaino di semi di cumino, prezzemolo tritato per guernire

Friggete la metà della cipolla e l'aglio nella ghe, nle burro o nell’ olio, sino a che saranno di un bel colore dorato. Aggiungete tutte le spezie, lasciatele friggere un poco, poi aggiungete il riso già preparato, e friggete mescolando continuamente per pochi minuti. Nel frattempo friggete la rimanente cipolla e decorate con essa la superficie del pilaff assieme al prezzemolo tritato, portate in tavola e buon appetito.


Minestra di pisello secco

Lavate una tazza di piselli secchi spezzatati mettetela in almeno tre tazze di acqua, quindi ponete sul fuoco e portate a ebollizione, schiumate con un cucchiaio, aggiungete un cucchiaio abbondante di olio extravergine di oliva e un cucchiaino di sale, abbassate la fiamma e fate sobbollire fino a quando non avrete ottenuto una purea piuttosto morbida, se è il caso aggiungete ogni tanto un poco di acqua calda.

Nel frattempo mescolato un cucchiaino abbondante di zenzero in polvere, un cucchiaino di cumino in polvere, un cucchiaino di coriandolo in polvere, mezzo cucchiaino di paprika dolce, mezzo cucchiaino di peperoncino rosso piccante in polvere, un terzo di cucchiaino di pepe nero macinato.

Quando avrete ottenuto la vostra purea, prendetene un cucchiaiata e mescolate con le spezie, quindi versate il tutto nella pentola, aggiungete ancora un cucchiaio di olio, quindi spegnete la fiamma.

Servite caldo. E’ un piatto fortemente energetico, che costituisce insieme a una bella fetta di pane, una buona cena.


le altre voci

Lo stomaco è la sede della malattia e il digiuno periodico è il primo dei rimedi. Così sosteneva Maometto, esprimendo un concetto che era proprio della cultura medica del mondo arabo. Nel suo Il libro della guarigione sufi, Shaykh Hakim Mainuddin Chishti, studioso di sufismo, riferendosi a quanto sosteneva il Profeta Maometto, spiega che il digiuno periodico è fondamentale per mantenersi sani, e che la migliore alimentazione è quella con cibi naturali, erbe e spezie.


Eric Harrison

Come la meditazione guarisce

guida pratica per curare i disturbi più comuni e risolvere i problemi emotivi

Pan edizioni

Il testo di Harrison propone una bella analisi sulla meditazione, offre una panoramica sulla tecnica della meditazione, e propone alcune meditazioni guidate finalizzate a risolvere alcuni dei più comuni disturbi emozionali.


Claudia Rainville

Ogni sinotmo è un messaggio

la guarigione a portata di mano

Edizioni Amrita

Il testo della Rainville, anche se un po’ semplicisticamente, si offre come una lettura dei sintomi intesi come messaggi del corpo. dalla sua esperienza prima di microbiologa e poi di terapeuta, la Rainville ha tratto un catalogo ricco di spunti sulla relazione fra sintomo e conflitti emozionali.


Robert E. Svoboda

Prakriti

la struttura fisica dell’uomo

Mediterranee

Quando qualcuno mi chiede un testo per avvicinarsi all’Ayurveda, non ho dubbi, consiglio questo libro di Svoboda. Primo, perché a me è piaciuto molto, si legge come un romanzo, poi perché presenta un buon quadro dell’Ayurveda, partendo dal punto nodale di questa antica medicina indiana, ovvero l’analisi e la terapia dell’individuo.

So bene che quando qualcuno mi chiede qualcosa per conoscere un pò meglio l’Ayurveda vorrebbe un testo che gli raccontasse della sua malattia e della sua guarigione, ma questo non è possibile. L’Ayurveda prima di essere medicina è una filosofia della vita, e non c’è modo di capire il catalogo, peraltro complesso dell’Ayurveda, se non si coglie prima l’aspetto fondamentale di questa filosofia, ovvero l’equilibrio fra cosmo, creazione, universo, e l’uomo, nonché le componenti emozionali del disequilibrio che fa insorgere la malattia, e prima fra tutti la resistenza al cambiamento. La vita è un costante cambiamento al quale dobbiamo inevitabilmente cedere per guidarlo resistergli è come farsene travolgere.

Svoboda parte di qui per un viaggio intorno al pensiero antico dell’Ayurveda, alla sua saggezza millenaria, che certe volte a noi occidentali può apparire utopia, ma se ci guardiamo con attenzione scopriamo quanto poi invece essa sia attualisissima: consideriamo semplicemente che oggi lo stress, almeno nel nostro mondo occidentale ricco e produttivo, è la causa prima di tante malattie, ma lo stress altro non è che un accelerazione di cambiamento al quale proprio non riusciamo a star dietro e se vogliamo stare un po’ meglio in salute dobbiamo, in questo caso, imparare a prendere le distanze da questo tipo di eccesso, che comprende fra le altre cose anche il mangiare veloce, altra causa fra le prime di disordine energetico.